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Una birra magica e speciale

Si racconta che molto tempo fa viveva in Val Veddasca una strega saggia ed enigmatica di nome Valdasca. Risiedeva sulla vetta più alta, sovrastando i villaggi e la bellezza circostante. Valdasca era conosciuta per la sua profonda comprensione dei segreti della natura e per la sua capacità di sfruttare il potere delle montagne.
Un bellissimo giorno d’estate, un gruppo di avventurosi abitanti della valle decise di intraprendere una sfida audace. Vollero creare qualcosa di speciale, un elisir che catturasse l’essenza delle montagne e onorasse la presenza mistica di Valdasca. La loro missione era quella di creare una sorta di pozione magica che riflettesse la rudezza, la tranquillità e l’incanto del paesaggio circostante, ispirandosi alle pozioni magiche di Valdasca.
Così, raccolsero le erbe che crescevano spontanee nella valle e si riunirono nella piazza dell’ultimo paese. Da lì, con grande eccitazione, si inoltrarono dentro fitte foreste, attraversarono ruscelli gorgoglianti e salirono per sentieri rocciosi mentre si dirigevano verso la dimora di Valdasca.

Finalmente, raggiunta la vetta, Valdasca li aspettava, con i suoi capelli d’argento fluttuanti nella brezza di montagna. Li salutò con un sorriso sapiente e intuì le loro intenzioni. Con un gesto della mano, evocò un calderone magico, scintillante, con antichi simboli e risplendente di un’energia ultraterrena.
Gli abitanti riversarono con cura i prodotti da loro raccolti vicino al calderone. La strega con sguardo mistico scelse una miscela di luppolo aromatico, malto ricco ed erbe segrete della montagna. Valdasca, con la sua profonda conoscenza della terra, li guidò sulle proporzioni e sulle incantazioni mistiche necessarie per infondere in quell’elisir l’essenza delle montagne.
Mentre la miscela bolliva e sobbolliva, l’aria si riempì dell’invitante aroma . Gli abitanti ammiravano la magia che si dispiegava davanti ai loro occhi, consapevoli di assistere a qualcosa di veramente straordinario.

Passarono ore e finalmente l’elisir fu pronto. Gli abitanti, con il cuore pieno di aspettativa, riempirono le loro tazze con quel liquido di montagna. Aveva una tonalità dorata, come i raggi del sole al tramonto che illuminavano le vette e un sapore che danzava sulle loro lingue come il vento frusciante tra i pini.
Con le tazze alzate, gli abitanti fecero un brindisi a Valdasca, esprimendo la loro gratitudine per la sua guida e per il dono che aveva loro concesso. La strega sorrise con i suoi occhi scintillanti di antica saggezza e gioia.
Passarono ore e finalmente l’elisir fu pronto. Gli abitanti, con il cuore pieno di aspettativa, riempirono le loro tazze con quel liquido di montagna. Aveva una tonalità dorata, come i raggi del sole al tramonto che illuminavano le vette e un sapore che danzava sulle loro lingue come il vento frusciante tra i pini.
Con le tazze alzate, gli abitanti fecero un brindisi a Valdasca, esprimendo la loro gratitudine per la sua guida e per il dono che aveva loro concesso. La strega sorrise con i suoi occhi scintillanti di antica saggezza e gioia.

Era nata la prima Birra della Valle Veddasca

Oggi vogliamo riproporre questa magica e unica birra, seguendo l’antica ricetta di Valdasca per ridare la possibilità di dissetarsi con l’elisir magico che incarna lo spirito delle montagne e l’incanto della nostra Val Veddasca.
La leggenda della birra di montagna, birrificata sotto lo sguardo vigile di una strega saggia, continua a essere tramandata di generazione in generazione.
Serve a ricordare che nei luoghi più inaspettati, quando la natura e la creatività umana si intrecciano, il risultato è qualcosa che cattura l’essenza di un luogo e la magia di un momento.
Orgogliosi di offrirvi VEDDASCA BEER, nata nel cuore della Val Veddasca e cresciuta tra miti e tradizioni ancestrali.

L’acquisto della Veddasca Beer contribuisce ai progetti di valorizzazione del territorio della Val Veddasca.
Veddasca Beer Valorizza il territorio e ti fa entrare nel magico mondo della buona strega Valdasca

Notte di San Giovanni

Ci stiamo avvicinando alla notte di San Giovanni, la quale cade tra 
il 23 e 24 giugno, la notte magica per iniziare la preparazione del Nocino.

Secondo l’antica tradizione italica, il nocino andrebbe preparato da una donna esperta. Ella dovrebbe salire scalza sul noce durante la notte di San Giovanni e raccogliere i preziosi frutti a mani nude, senza usare strumenti di sorte che potrebbero guastare i frutti e disperdere le loro preziose proprietà. Il liquore prodotto col mallo delle noci (rigorosamente dispari) era in grado, secondo le credenze locali, di portare salute, benessere e ricchezza.

Senza dimenticare le proprietà magiche del nocino, si narra infatti che già nel VI secolo d.C. il giorno in cui si raccoglievano le noci acerbe “le streghe, a capo delle quali vi era Diana, sciamassero a migliaia nei cieli recandosi al gran sabba che si teneva sotto il noce di Benevento”.

Il noce era quindi un albero legato al mondo femminile e alle streghe in particolare. E grazie all’ “albero delle streghe” era possibile preparare una mistura “magica” fatta di noci acerbe, preparata dalle donne e conosciuta per scacciare i mali che affliggevano le popolazioni rurali dei tempi passati.

I malli di noci acerbe macerati nello spirito (alcol) producevano un estratto alcolico dalle numerose proprietà medicinali: era digestivo, antiparassitario, debellava funghi, batteri e virus e uccideva i vermi intestinali (tra cui la tenia); ed è facile comprendere come fino al Medioevo quella bevanda, ricca di tannini e dalle virtù così preziose per la salute potesse essere considerata come una mistura “miracolosa” degna di attraversare i secoli attraverso la trasmissione della ricette di famiglia, di generazione in generazione.

Perpetrando leggende e tradizioni vi proponiamo alcuni dei nostri Nocini, sempre speciali ed anche un po magici !

Noos Nocino – Manifattura Branchi

Nocino Nostrano Ticinese – Fratelli Corti

Nocino Ticinese – NOCÌ – Gialdi Vini

Nocino Ratafià del Ticino – Tamborini Vini

Il Nocino, e la fama che non ti aspetti

Lo shop di lagAlpi ospita diverse bevande dalla fama importante. Assenzio, Damassine, Genepì, sono tutti ospiti illustri del fervido immaginario alpino, a cui la fantasia certo non manca. Se tuttavia nominare queste bevande richiama immediatamente la storia di cui sono portatrici, l’associazione non è altrettanto immediata quando si parla di Nocino. Eppure, questa storico liquore ha tanto da dirci, bisogna solo saperlo ascoltare…

Il Nocino, proprietà e utilizzi

Il nocino si presenta come un liquore dal colore scuro e dall’aspetto denso. Può essere servito a fine pasto come digestivo e da molti è utilizzato come tonico e come rimedio per i disturbi del fegato. 

A dire il vero, l’utilizzo del mallo di noce come ingrediente per medicinali o liquori risale a tempi antichissimi. E oggi, sono molte le applicazioni che vedono il nocino protagonista di cure per depurare il fegato e antiparassitarie. I tanniti contenuti naturalmente in questo digestivo aiutano infatti a digerire le proteine, uccidere i batteri e i parassiti. 

La leggenda di San Giovanni

È incredibile da credere, ma alla festa di San Giovanni (il 24 giugno), sono legate numerose leggende al limite del sacrilego, e una in particolare – quella che interessa a noi ora – è quella che vede le streghe raccolte attorno a un albero di noci in una misteriosa danza propiziatrice.

In effetti, il Noce è un albero dalla fama non propriamente bonaria. Di lui, tra le altre cose, si dice che sia stata fatta la croce di Gesù, mentre Dioniso, accecato dalla rabbia, scelse proprie le sue fattezze per il triste destino dell’amata Caria (di questa fama, ne abbiamo già parlato in un altro articolo dedicato all’olio di noci, che trovate qui).

Non è un caso quindi che le streghe ne raccolgano i rami per i loro rituali magici, mentre i malli, che nella notte più corta dell’anno sono ancora acerbi, vengono da loro raccolti per garantire vitalità alla pianta.

È da qui che nasce la leggenda che lega il Nocino alla notte di San Giovanni. È proprio durante la notte tra il 23 e il 24 giugno che la donna giudicata più abile nella preparazione del digestivo (o, in altre versione, una vergine) dovrà arrampicarsi sull’albero di noce, scalza, per raccoglierne i frutti ancora acerbi. 

Vi sembra un modo un pochino complicato per produrre un liquore? Se sì, dovete riconoscere che al nostro produttore Manifattura Branchi il coraggio non manca. Il suo Noos, infatti, è prodotto esattamente secondo tradizione, e ad ogni sorso potrete assaporare l’energia mistica della notte più corta dell’anno…

Le origini del nocino e la leggenda dei Picti

Ma da dove arriva il nocino? Lungi da noi voler fare il lavoro degli storici di professione, è comunque affascinante dare per accreditata la storia che racconta dello strano incontro che i soldati di Giulio Cesare fecero in Gallia…

Qui, nel luogo d’origine della leggenda secondo cui il Noce era l’albero delle streghe, i soldati romani si trovarono di fronte inquietanti guerrieri che, per spaventare i nemici, si tingevano il volto con una pasta color marrone-verdastra. Era una tintura ricavata da noci acerbe. Questo strano intruglio di noci, miele e altra frutta fermentata veniva poi bevuto dai temibili galli, che in questo modo prendevano il coraggio necessario per l’infuriare della battaglia.

Ebbene, pare proprio che un simile intruglio sia il lontano antenato del nocino e che questi avversari temibili e spietati ne siano i primi produttori. I romani li chiamarono “Picti”, cioè dipinti, proprio a causa di quei loro volti segnati dal… nocino!

Il Ratafià, per suggellare accordi e patti

Molti di voi conosceranno il nocino anche come Ratafià. In effetti, in molti luoghi, soprattutto nel nord Italia e nella Svizzera Italiana, è questo il nome ufficiale del liquore di noci, mentre il termine nocino è comparso più recentemente. Lo testimoniano anche i materiali raccolti per il Vocabolario dei dialetti della Svizzera italiana (circa 1920), in cui la descrizione di questo liquore di noci si trova solo sotto la voce ratafià, termine che indica diversi liquori ottenuti da frutta, alcool, zucchero e sostanze aromatiche e diffusi nell’area mediterranea.

Ma perché “ratafià”? Era antica tradizione consumare una forte bevanda alcolica per suggellare un patto o un accordo. L’etimologia viene fatta risalire al latino rato fieri usata dagli scrittori ecclesiastici, che significa “esser ratificato”. Da qui rata fiat: “che si ratifichi”.

Da questa affascinante tradizione prende ispirazione in particolare il Ratafià del Ticino del nostro produttore Tamborini, la cui segreta ricetta pare venga direttamente da un certo Padre Gaucher del monastero di Santa Maria dei Frati Cappuccini a Bigorio sopra Tesserete, che da tempo immemorabile produce questo gustoso liquore di noci.

L’Assenzio, tra mito e realtà

La sua fama lo precede. L’assenzio, absinthe in francese e fata verde nel mito, è a ragione una delle bevande alcoliche più celebrate, famose e controverse della storia.

Ma che cos’è, di fatto, l’assenzio? E perché è stato per lungo tempo bandito, accusato di provocare effetti collaterali disastrosi, al pari di una droga pesante? Scopriamolo insieme.

L’Artemisia absinthum, regina delle erbe officinali

La pianta da cui si ricava questa leggendaria bevanda si chiama Artemisia absinthium. È largamente utilizzata in erboristeria per le sue mille proprietà, tra cui quelle toniche, antisettiche e vermifughe. Si tratta di un arbusto caratterizzato da un colore verde-argentato molto suggestivo, largamente diffuso nelle zone alpine.

Dalla stessa pianta si ricavano anche molti Vermouth, tra cui il diffusissimo Martini e il Cinzano, i quali però, curiosamente, non furono colpiti dallo stesso bando di cui fu vittima l’Assenzio. Ma questa è un’altra storia che racconteremo tra poco…

In ogni caso, dire che l’Assenzio si ricava dall’Artemisia absinthum è corretto ma incompleto. Questa leggendaria bevanda è infatti ottenuta dalla distillazione di diverse erbe officinali tra cui Anice verde, Finocchio, Melissa, Coriandolo, Issopo. Ma non solo. Nel nostro shop abbiamo molte tipologie di Assenzio, frutto della creatività di produttori come Larusée che da sempre ricerca eleganza aromatica ed eccellenza gustativa non ponendo limite alla sperimentazione dell’Artemisia absinthium.

Qui, potete trovare la loro selezione di Assenzi, eccezionali e non certo convenzionali, tra cui il Blanche de Léon, arricchito dalla Stella Alpina coltivata in forma biologica sulle montagne Svizzere, o Les Précieuses Speyside 2019, che alla base del Blanche de Léon aggiunge il miglior Whisky Single Malt del Speyside. Insomma, un viaggio affascinante nella bilanciata miscela di sapori che solo mani esperte come quelle di Larusée sanno creare, forti della tradizione svizzero francese che vede Neuchâtel una delle roccaforti indiscusse dell’Assenzio.

Couvet, patria natale dell’Assenzio

A partire dalla prima metà del Diciannovesimo secolo, una bevanda alcolica con il nome di Absinthe comincia a spopolare in mezza Europa, soprattutto Svizzera e Francia, ma anche Inghilterra, Germania, Italia, Austria.

Ma da dove arrivava? Chi ne fu l’inventore? Sebbene non ci siano notizie certe riguardo la sua ideazione, la leggenda vuole che sia stata inventata dal medico francese Pierre Ordinaire che, allora residente a Couvet – nella Svizzera francese – attorno al 1792 lo presenta al pubblico come medicinale adatto a curare innumerevoli malattie: una sorta di tonico dalla proprietà miracolose.

Sempre a Couvet vivono le sorelle Henriod le quali, fiutato l’enorme potenziale di questo tonico, cominciano a commercializzarlo ottenendo la ricetta da Pierre Ordinaire e aprendo, di lì a poco, la prima distilleria ufficiale. Ed è qui che ha inizio quella leggenda chiamata Assenzio che diventerà uno dei simboli più emblematici della Belle Epoque.

Pare insomma che il piccolo paese della Svizzera Francese sia a buon titolo la vera patria natale dell’Assenzio, e non è un caso che, ancora oggi, tra la popolazione di Couvet ci si tramandi segretamente ricette appartenute un tempo ai distillatori clandestini, che gli eredi conservano gelosamente e, a volte, ne fanno una vera e propria impresa.

È il caso del nostro produttore Absintissimo, custode di ricette antichissime il cui mistico sapore è trasmesso al pubblico grazie agli imparagonabili Assenzi di sua produzione, tra cui il mitico La Fée Verte e La Covassonne.

L’ora parigina e i motivi del bando

Da Couvet, l’Assenzio giunge presto nei bar, cabaret, bistro, caffè di mezza Europa, spopolando soprattutto in Francia, dove diventa così famoso da dare il nome all’orario dell’aperitivo, verso le 17, denominato ormai l’heure verte

Dotato di quel caratteristico colore verde/giallognolo, che collabora a donargli fascino misterioso, e caratterizzato pure da molte proprietà curative, in poco tempo si circonda di una schiera di fedelissimi e celeberrimi consumatori, che lo battezzano Fée Verte, Fata Verde. A lei è attribuito parte del merito di colpi di genio e intuizioni di alcuni tra gli artisti più importanti del Novecento tra cui Picasso, Degas, Baudelaire, Oscar Wilde e Paul Gauguin.

Ma perché l’assenzio era ritenuto così pericoloso da decretarne il bando? In realtà, parte della responsabilità del bando è attribuibile soprattutto al disagio sociale e umano vissuto in quell’epoca, a cui molti artisti cercarono di far fronte trovando approdo nella Fata Verde. A differenza di ciò che intuitivamente richiama la denominazione Belle Epoque, la prima metà del Novecento fu un’epoca di forte crisi, enfatizzata alla recente rivoluzione industriale, e che non a caso sfocerà nella Prima Guerra Mondiale. 

Artisti famosi e meno famosi, tacciati spesso di essere perditempo polemici, si riversavano nei caffè trovando sfogo e ispirazione nell’Assenzio, che di lì a poco divenne motivo di scontento anche da parte delle lobby del vino, già messe in ginocchio dall’epidemia di filoxera. Oltre a ciò, la larga diffusione, soprattutto tra le fasce di popolazione povera, di prodotti di pessima qualità, che imitavano soltanto da lontano il vero Assenzio e che utilizzavano ingredienti nocivi a basso costo, enfatizzò ancor di più l’impressione che l’Assenzio rappresentasse una bevanda maledetta, capace di stregarne i consumatori.

In realtà, a parte l’alcol – la cui nocività, sebbene non sia messa in discussione, è da mettere in prospettiva e comunque in comune con tutte le altre bevande alcoliche – l’Assenzio non è più pericoloso di qualsiasi altra bevanda alcolica, e anzi, se fatto a regola d’arte e consumato nelle giuste quantità, ha molte proprietà benefiche.

Come riconoscere e gustare un buon Assenzio

Come abbiamo visto, la scelta di un buon Assenzio è importante non solo dal punto di vista gustativo, ma anche per la salute. Abbiate quindi sempre cura di scegliere tra produttori che sanno fare il loro mestiere a regola d’arte, in quanto sul mercato spopolano ancora moltissimi assenzi che non hanno nulla a che vedere con le ricette originali, e che sono piuttosto un intruglio di coloranti e aromi artificiali davvero poco raccomandabili. 

Un primo utile consiglio è di fare attenzione all’etichetta. Se ci sono coloranti, allora non è vero Assenzio. Del resto, se il colore verde è eccessivamente brillante e acceso, sarà molto facile che non si tratta di vero Assenzio, caratterizzato da un colore più tenue, che va dal verde al marroncino, ma può essere anche incolore o tendente al giallo.

Quando lo degustate, assaporatelo lentamente e attentamente. Un buon Assenzio è complesso e profondo, ricco di aroma. Se invece sentite solo l’aroma di Anice stellato, che prevale su tutto il resto, allora il vostro è un Assenzio di pessima qualità. L’Anice stellato è infatti ingrediente molto utilizzato nella produzione di assenzio industriale a basso costo.

Infine, sfatiamo un mito. L’usanza di bruciarvi lo zucchero è un’invenzione di alcuni nightclub cechi nei primi anni 2000, che non ha nulla a che vedere con la tradizione reale dell’Assenzio e che non apporta nulla in termini di aroma. Perciò, se avete un buon Assenzio sotto mano, evitate! 

Crostata di mele e corniole, bella e buona

Il Corniolo, ingiustamente dimenticato

Tra i tanti frutti ingiustamente dimenticati dalla nostra società frenetica, ce n’è anche uno la cui rinuncia comporta la perdita di una preziosa fonte di sostanze nutritive importantissime, tra cui la vitamina C.

Stiamo parlando delle corniole, frutti dell’albero del Corniolo, che macchia il limitare di molti dei nostri boschi col rosso dei suoi rami e il giallo dei suoi fiori. È un grazioso alberello noto fin dall’antichità, quando si usava il suo legno per costruire asce, giavellotti, e… persino il cavallo di Troia! (Abbiamo raccontato questa storia qualche tempo fa, la trovi qui).

Queste piccole bacche rossissime, ormai quasi sconosciute ai più, sono infatti fonte di sostanze antiossidanti e vitamine, caroteni, pectine, tannini, mucillagini, fruttosio e acidi organici (acido malico, gallico e gliossalico). In particolare, le corniole presentano quantità di vitamina C molto elevate, oltre il doppio rispetto agli agrumi!

Dall’albero alla dispensa, la composta di Corniolo

Il frutto cresce spontaneo tra agosto e settembre, e una bella passeggiata in famiglia alla ricerca di questi piccoli fruttideliziosi potrebbe essere l’idea per una domenica estiva. Per il momento, però, possiamo sfruttare le corniole sotto un’altra forma, altrettanto buona e salutare.

Stiamo parlando della composta di Corniolo di Alpe Pragas, fatta con il Corniolo varietà Jolico, coltivato a Castel Juval in Alto Adige. Un concentrato di bontà, di vitamine e di sostanze antiossidanti, da gustare col pane nella prima colazione, accompagnando formaggi o yoghurt, oppure… per cucinare una buonissima crostata con le mele!

La ricetta della crostata di mele e corniole

La ricetta di oggi prevede fragrante pasta frolla farcita con un composto di mele e marmellata di Corniolo, per una merenda genuina o un sfizioso dessert. Buon appetito! 

Ingredienti
  • 300 g farina 00
  • 150 g zucchero semolato
  • 150 g burro freddo
  • 1 uovo
  • 1 tuorlo
  • sale
  • Per il ripieno
  • 450 g mele al netto dello scarto
  • 100 g composta di Corniolo di Alpe Pragas
  • 25 g zucchero semolato
  • zucchero a velo q.b.
Preparazione della vostra crostata di mele e corniole

Iniziate dalla frolla. Mettete la farina e un pizzico di sale su un piano da lavoro, unite lo zucchero e il burro, iniziate ad impastare con le mani, poi unite l’uovo e il tuorlo.

Impastate velocemente, avvolgete nella pellicola e mettete a riposare in frigo per un’ora.

Per il ripieno, sbucciate le mele eliminate i semi e tagliatele a dadini, unite lo zucchero e la composta di Corniolo, mescolate bene.

Preriscaldate il forno a 180 gradi.

Imburrate e infarinate uno stampo da 22 cm di diametro.

Riprendete la pasta dal frigo, tenete da parte una pallina di pasta grande come un limone. Stendetene 2/3 della pasta e rivestite lo stampo, fate dei fori con una forchetta e riempite con la farcitura.

Con la pasta rimasta create delle strisce della larghezza di circa 2 cm e ricoprite le mele in modo che si incrocino trasversalmente.

Infornate per 35-40 minuti.
Sfornate fate raffreddare e eliminate lo stampo, fate attenzione a non romperla.

Guarnite a piacere con una spolverata di zucchero a velo.

Il miele, nettare degli dèi e degli uomini

Nel vasto mondo della cultura culinaria non vi è forse alimento tanto emblematico quanto il miele, la cui proverbiale dolcezza ha riempito pagine e pagine di letteratura, di saggezza popolare e di mitologia.

Sì, perché il rapporto del miele con l’uomo si perde nella notte dei tempi, e la complessità delle sue qualità organolettiche, la ricchezza delle sue proprietà terapeutiche ne hanno fatto un autentico mito, fonte di ispirazione per i poeti, metafora del piacere e della generosità di Madre Natura nei confronti degli uomini.

L’apicoltura, da tecnica improvvisata ad arte dell’accudimento

Sebbene l’uomo conosca e utilizzi il miele da oltre 12mila anni, e sebbene ne abbia intuito le infinite qualità molto prima di averle provate con metodo scientifico, è solo a partire da tempi più o meno recenti che l’apicoltura è divenuta quel processo “gentile” di accudimento delle api che conosciamo oggi.

Un tempo l’uomo raccoglieva i favi con il miele, il polline e la covata dagli alveari selvatici, scacciando le api adulte con il fumo e preoccupandosi ben poco della sopravvivenza della famiglia di api saccheggiata. Il passo successivo è stata la creazione di ricoveri artificiali, i quali però rappresentavano delle soluzioni artigianali più o meno improvvisate, fatte con i materiali più diversi (paglia o alberi cavi in molte zone europee, terracotta nel sud del Mediterraneo e nel vicino oriente, sughero in Sardegna).

È solo a partire dalla seconda metà dell’Ottocento che conosciamo l’età moderna per quanto riguarda l’apicoltura. L’invenzione della cosiddetta arnia razionale, progettata dal rev. Lorenzo Langstroh di Filadelfia, consente infatti, finalmente, una manipolazione gentile delle api grazie alle cornici sulle quali gli insetti sono invitati a costruire i loro favi. Il fatto che tali cornici (o telaini) siano smontabili, permette di controllare e “aprire” l‘alveare senza arrecare danno agli occupanti.

L’arnia razionale può inoltre, a seconda delle necessità, aumentare o diminuire di dimensione, adattandosi alla famiglia di api che vi ospita. Aggiungendo o togliendo moduli, l’apicoltore rende confortevole l’ambiente in cui soggiornano le diverse famiglie, invogliandole a non spostarsi. Ciò è alla base dell’apicoltura moderna: se la casa non diventa mai troppo piccola, la famiglia di api si allargherà sempre di più, aumentando la produzione.

Il miele, un bene prezioso da difendere e tutelare

Purtroppo, in anni recenti gli apicoltori hanno dovuto lanciare l’allarme: circa il 68% della popolazione acquista miele di origine incerta nei supermercati, collaborando al depauperamento di un’arte, quella dell’apicoltura, la cui cura è di fondamentale importanza per un’infinità di ragioni.

Risalgono ai primi anni 2000 le prime avvisaglie circa la grave morìa delle api. Tra le altre, le cause sono da ricercarsi nelle colture intensive, che non tengono conto dei bisogni primari di questi insetti così preziosi, sottoposti a notevole stress per pratiche apistiche scorrette. L’inquinamento causato dall’utilizzo di insetticidi nell’agricoltura intensiva è un ulteriore fattore determinante.

È molto importante, dunque, sostenere chi dell’apicoltura ha fatto una passione, oltre che una professione, e che è mossa da vero amore per uno dei mestieri più poetici – ed utili – del mondo. In qualità di consumatori, leggere le etichette, accertarsi della provenienza, informarsi circa le pratiche apistiche sono tutte attività utili a rallentare uno dei fenomeni più preoccupanti del nostro pianeta, se teniamo conto che oltre il 35% della produzione di cibo a livello mondiale dipende dalle api.

Il miele italiano, simbolo di biodiversità

Forse non tutti sanno che per quanto riguarda il miele l’Italiadetiene il primato mondiale di varietà prodotte. Oltre 50 tipi dimiele monofloreale e un’infinità di Millefiori raccontano magnificamente la ricchezza di biodiversità che popola il Bel Paese, incoronato pure con il primato di paese europeo con il più alto numero di specie: circa metà di quelle vegetali e un terzo di quelle animali attualmente presenti in Europa.

Imparare a conoscere il miele è come aprire uno scrigno custodito da Madre Natura in persona. Riconoscerne le caratteristiche organolettiche, la tipologia di cristallizzazione, le modalità di produzione è paragonabile alla lettura di un bell’atlante illustrato, che ci racconti quanti segreti si celano nel saper collaborare con una delle creature più affascinanti del regno animale: l’ape.

E siccome nel nostro shop abbiamo alcuni tra i più prelibati e ricercati mieli d’Italia e del mondo, frutto dell’appassionato lavoro di due produttori quali Mieli Thun e l’azienda Mario Bianco, scrupolosissimi nella produzione di un alimento d’eccellenza, che tenga conto del benessere delle api e della tutela del territorio nel quale operano, eccovi alcune informazioni in pillole per conoscere meglio alcune tipologie di miele. 

La lista non è né esaustiva né tantomeno troppo dettagliata, ma servirà a dare un colpo d’occhio sull’incredibile varietà e ricchezza di questo alimento. Se però la vostra curiosità non sarà pienamente soddisfatta, non esitate a scoprire di più sui nostri produttori Mieli Thun e Mario Bianco e i loro prodotti. Incontrerete tanto amore per la terra in cui operano e infinita consapevolezza circa l’importanza dell’apicoltura sostenibile. In entrambi i casi, le api sono portate in luoghi eletti e incontaminati nel periodo di massima fioritura, con grande attenzione per il tradizionale rapporto dell’uomo con l’arte dell’accudimento delle api

Miele di Castagno
  • Miele prodotto a partire dai fiori dell’albero di castagno, che cresce in zone collinari e prealpine dai 300 ai 1200 metri d’altitudine.
  • Si presenta in un colore ambrato scuro, con tonalità rossiccio-verdastre.
  • Al gusto presenta un finale amarognolo prolungato, persistente.
  • Cristallizza in forma liquida che permane a lungo.
Miele dell’Albero del Paradiso
  • Miele prodotto nel mese di maggio a partire dai fiori dell’Albero del Paradiso o Alianto, così chiamato per via dell’elevata altezza che raggiunge anche in pochi anni, ritenuta pianta infestante possiede una bellezza ed un fascino orientale indiscutibile.
  • miele di grande personalità, cremoso, color dorato carico.
  • al gusto presenta richiami precisi di uva moscato e sciroppo di pesca, frutto litchi il ricordo più preciso, sentori umami sul finale a ricordare fungo fresco.
  • In cucina è ottimo per cotture prolungate fino a gelificare pesche, albicocche o melone a pezzi, ottimo nelle macedonie oppure per caramellare un’ananas flambè, sposa la frutta con grande confidenza. ottimo con l’aneto per la marinatura di una ricciola o il salmone a mo’ di gravlax
Miele di Bosco
  • Si distingue dagli altri mieli in quanto non deriva dal nettaredei fiori bensì dalla melata, sostanza zuccherina che le api trovano su specie arboree (querce, robinie, faggi, ailanti, pioppi, salici), arbustive (rovi) o erbacee (ortica, trifogli).
  • Il gusto è marcato nei toni di carruba, rabarbaro e confettura di pomodori verdi con un retrogusto di zucchero di canna cotto.
  • Generalmente cristallizza lentamente ed in presenza di nettare di girasole e solidago.
  • In cucina è ottimo a colazione unito a yogurt bianco e frutta secca, per condimenti, per finire il bbq o preparare le salse. Poche gocce sulle carote lesse saltate in padella con il cumino è uno spettacolo, oppure sul pane con burro o evo. Ideale nelle preparazioni dolci o salate dove vi siano presenti spezie scure e nelle cotture prolungate di carne o pesci di lago.
Miele di Acacia
  • Prodotto nei mesi di Aprile e Maggio, a partire dai fiori di Acacia.
  • Colore da quasi trasparente a giallo paglierino chiaro.
  • Si presenta sempre in forma liquida. Ha una velocità di cristallizzazione molto bassa, grazie all’elevata concentrazione di  fruttosio rispetto al glucosio.
  • All’esame olfattivo ha un profumo floreale di debole intensità.
  • Dal gusto molto dolce, presenta un aroma delicato, tipicamente vanigliato. 

Genepì, il liquore che “farebbe digerire una bomba”

Parola di De Amicis, che nel 1883 ne scrisse nel suo “Alle porte di Italia”. Il Genepì in effetti ha una fama smisurata, ed è noto fin dall’antichità per le sue numerosissime proprietà, da quella antinfiammatoria a quella… afrodisiaca

Ci sono poche piante dalla fama tanto ingombrante. A quella del genepì, che prende il nome da un termine francese generico per indicare le erbe aromatiche di montagna, sono state attribuite una miriade di proprietà. La più nota è quella digestiva, tanto che De Amicis, dopo aver provato il liquore, scrisse nel suo Alle porte di Italia, che “farebbe digerire una bomba lessa”. Ma anche antinfiammatorie, rilassanti, gastroprotettive, cicatrizzanti e disinfettanti. Ma scopriamo più da vicino questa erba miracolosa, da cui è prodotto uno dei liquori più celeberrimi dell’arco alpino.

Origini e parentele

Sebbene ci sia un po’ di confusione per quanto riguarda la nomenclatura della variante utile per produrre il liquore, la più accreditata è l’Artemisia genepi. Si tratta del genepì “maschio”, che si distingue dalle altre tipologie per il suo indubbio aroma, assai più pronunciato, e per la disposizione dei capolini fiorati, che assumono il tipico aspetto di spiga compatta, grigio-gialla. Tale varietà possiede la più alta concentrazione di principi attivi, che esplicano nell’uomo una potente azione neurotonica sulle vie digestive. 

Per alcuni, il nome è dato dal termine greco artémes, ovvero sano, grazie alle numerose proprietà medicinali possedute da questa pianta; mentre per altri deriva dalla dea Artemide, divinità greca protettrice degli animali selvatici e della foresta. Le virtù benefiche di questa pianta, infatti, non sono utili solo per agli esseri umani. I camosci, ad esempio, conoscono molto bene il Genepì, e lo brucano al fine di guarire da numerosi malanni.

In tutti i casi, in pochi colgono l’assonanza con un’altra celeberrima erba alpina: l’assenzio, o anche Artemisia absinthium, appartenente anch’esso al genere Artemisia, e non è un caso che sia altrettanto famoso per le sue mille virtù.

La pianta genepì, specie protetta

A causa della sua fama, a partire soprattutto dal XVIII secolo l’erba di genepì è stata largamente utilizzata per creare decotti, liquori, infusi, unguenti e chi più ne ha, più ne metta. Sebbene i preparati servivano a curare numerosi malanni, tale pratica ha causato il depauperamento della specie, che ha rischiato l’estinzione arrivando a convincere le autorità a dichiararla specie protetta.

Il Genepì cresce infatti in condizioni incredibili, spuntando tra vette rocciose che arrivano fino a 3.000 metri, nei macereti, sui terreni morenici, ai piedi dei ghiacciai, sfidando il gelo nella sua caparbia resistenza all’inverno in quanto specie perenne. 

Oggi, il Genepì utilizzato per il liquore deriva quindi da coltivazioni sparse lungo tutto l’arco alpino, collocate per lo più a quote più basse (1900-2000 m s.l.m.) rispetto all’habitat dove esso cresce spontaneamente (2.200-3.000 m s.l.m.).

Le mille leggende del Genepì

Un vecchio detto vallesano recita che il Genepì “fait du bien à madame quand monsieur le boit”. Sebbene non ci siano studi scientifici a riguardo, le sue proprietà energizzanti e tonificanti sono percepibili ad ogni sorso. 

Oltre dunque al suo potere digestivo, il Genepì è stato creduto responsabile, nei secoli, degli effetti più disparati. Un attonito Rousseau, ad esempio, nel suo Les confessions, descrive la morte del povero giardiniere Claude Anet, il quale, raffredatosi dopo essersi inerpicato lungo i pendii alpini proprio per raccogliere la rara pianta, contrasse una pleurite letale che neppure il genepì potè curare.

Più scientifiche le osservazioni del botanico torinese Carlo Allioni che, nel suo Rariorum Pedemontii Stirpium del 1755, così decantava le sue virtù: “assenzio alpino, chiamato dalle genti alpine col termine di Genepi, serve a molti morbi e, promuovendo la sudorazione, i nostri medici lo usano con successo in tutti quelli che necessitano di un’esalazione sudorifera“.

Meglio freddo come aperitivo, liscio come digestivo, o caldo?

Ma quindi, come bere il leggendario Genepì? I suoi usi sono davvero variegati. Si può infatti prenderlo liscio, come tonico e digestivo, on the rocks o con seltz per gustarlo appieno e dissetarsi, oppure caldo, preparato come grog, per un effetto energetico e corroborante.

Ma anche come cocktail non manca di stupire. Prediletto nei pre dinner e negli after dinner, il Genepì si presta come aromatizzante d’eccezione per i long drink. 

Infine, non dimentichiamoci del suo utilizzo in cucina, per la preparazione di primi piatti saporiti e fantastici dolci.

A proposito, se vorrete avere qualche ricetta puntuale, non dimenticate di seguire il nostro blog: presto ne arriveranno!

Il genepì nella proposta dei nostri produttori

Se l’articolo vi ha stuzzicato la curiosità e non vedete l’ora di provare qualche preparato a base di Genepì, abbiamo una buona notizia: nel nostro shop potrete trovare due prodotti d’eccezione, ottimi per assaporare appieno la famosa erba alpina.

Il primo è il classico e famigerato liquore Genepì dell’azienda Rostal. Si tratta di un prodotto di prima qualità a base dell’omonima erba coltivata in forma biologica, di cui un piccolo stelo è presente, come grazioso ornamento ma soprattutto come aromatizzante, nella bottiglia stessa.

La pianta di genepì è poco produttiva e tutt’oggi non esistono varietà in grado di garantire un rendimento costante. Tutto ciò non ha scoraggiato Gaston Haenni (il fondatore dell’azienda e padre dell’attuale proprietario Fabrice) che si è buttato in questa avventura diventando in parte responsabile della recente riscoperta di questo mitico liquore anche nelle nuove generazioni. Una scelta vincente, che gli è valsa anche il prestigioso premio Prix d’innovation agricole suisse.

Altro prodotto molto interessante e particolare è il Gin Genepi dell’azienda vallesana o2Vie. Si tratta di un Gin dal sapore caratteristico e deciso, in cui tutti gli ingredienti ed in particolare il leggendario genepì delle Alpi si fondono dando un carattere sottile ed equilibrato.  Distillato in alambicco tradizionale, il tasso alcolico è portato a 45 gradi cosi da valorizzare al meglio tutto il suo aroma.

Leggende e delizie del Sorbo

Il Sorbo degli uccellatori è un grazioso alberello con lunghe foglie e bacche rossissime, che nelle regioni di lingua italiana prende quasi sempre il nome di Sorbo, seguito dalla variante “dei cacciatori” o “degli uccellatori”. Il suo frutto rosso a grappolo è infatti prediletto da molte specie di volatili, che venivano catturati dai cacciatori utilizzando l’albero come esca. Da qui il nome di origine latina Aucupariaderivato dal verbo “aucupare”, ossia catturare gli uccelli.

Il Sorbo nei paesi del nord e la leggenda della runa

Nei paesi anglosassoni e del nord Europa, però, il suo nome richiama il mistero di tradizioni antichissime e perdute nel tempo. Per gli inglesi il sorbo non è conosciuto tanto come Mountain Ash, ossia frassino montano. Più spesso lo chiamano Rowan. E Rowan ha in comune con il termine Rogn – utilizzato questa volta in Scandinavia – l’etimologia, che richiama al nordico antico rūnar, ossia “scrittura segreta”. La runa. Utilizzata nei rituali magici e religiosi dal mondo germanico antico, la runa era una scrittura composta di segni grafici, alfabetici e simbolici che veniva incisa, appunto, sul legno del Sorbo. Qui, i druidi componevano le loro formule magiche e nel tempo il sorbo ha assunto una connotazione così fortemente benefica che chiunque avesse paura di streghe e licantropi non dimenticava di tenerne a portata di mano il legno e le bacche rosse.

Il Sorbo oggi, alberello ornamentale e brindisi per i cacciatori

Oggi il Sorbo degli Uccellatori, con il suo tronco esile e la colorazione rosso acceso che sfoggia in autunno, è ben distribuito nelle zone pre-alpine e alpine, dove cresce fino a un’altitudine di 2400 metri e viene spesso utilizzato come pianta decorativa per parchi e giardini. 

Anche in tempi poco romantici come i nostri, però, il Sorbo preserva parte del suo fascino misterioso. Una tradizione austriaca vuole infatti la distillazione del suo frutto nella produzione di un’acquavite pregiata e molto aromatica, che ancora oggi è utilizzata dai cacciatori di tutto l’arco alpino nel rito di festeggiamento che segue la battuta al cervo. 

Il Temelin della cantina Boldini

A Monticello, nei Grigioni, la cantina Boldini ha attinto a questa tradizione e ha dato vita al Temelin, un distillato dalle note aromatiche e armoniose, capace di sprigionare sentori alpini non appena ne si apre la bottiglia. Il frutto del Sorbo, come il lampone, rende poco in termini di alcol, ed è per questo che sono necessari diversi chili di frutta per arrivare a qualche litro di distillato. Il Temelin è il risultato di una distillazione rigorosamente artigianale, con alambicco a bagnomaria, e imbottigliamento manuale. Una vera chicca da portare in tavola assieme alla sua leggenda!

L’olio di noci, un grande classico a rischio estinzione

La storia del Noce e del suo derivato più noto – l’olio di noci – ha radici antichissime. I suoi benefici sono noti fin dal VII secolo a. C., e in tempi più recenti ha rappresentato, in tutto il territorio pedemontano, un sostituto del burro, meno economico. Oggi tuttavia il suo consumo riguarda un mercato sempre più di nicchia, tanto che alcuni Paesi sono corsi ai ripari per tutelarne la produzione.

Nominare oggi l’olio di noci significa associarlo a una cucina esigente e costosa, che non si accontenta dell’olio di semi più economico. In realtà, in pochi sanno che l’olio di noci è stato antico alleato della cucina povera e tradizionale, ed è conosciuto fin dall’antichità, quando la noce era chiamata con l’altisonante appellativo di “ghianda di Giove” per i suoi eccellenti valori nutritivi e la sua bontà.

IL NOCE, DALL’ANTICHITÀ AI GIORNI NOSTRI

Originario dell’Asia Minore, l’albero di noci fu introdotto in Europa dai re Persiani. Plinio il Vecchio testimonia nel suo Naturalia Historia che le noci venivano importate dai Greci fin dal VII secolo a.C. I mille benefici apportati dal consumo e dall’utilizzo della noce sono conosciuti fin dall’antichità, e durante il Medioevo il suo olio veniva usato come unguento, come combustibile per le lampade, come diluente per la pittura e, naturalmente, come condimento in cucina. Solo le classi agiate, tuttavia, potevano assaporare l’olio di noce spremuto a freddo, in quanto questa tecnica era la più costosa. Le classi povere dovevano accontentarsi della spremitura a caldo, che tuttavia conferiva all’olio un forte e gradevole aroma di frutta secca tostata. Per queste ragioni, agli inizi del Novecento e poi a cavallo tra le due guerre, l’estrazione a caldo ha preso il sopravvento e oggi questa tecnica non è stata accantonata, bensì rivalutata e rilanciata sul mercato (nello shop di lagAlpi, potete trovare un olio di noce spremuto con metodo tradizionale qui).

IL NOCE E LE SUE RADICI PIÙ OSCURE

Il Noce non è però portatore soltanto di buone novelle. Come spesso accade, la mitologia ci viene in aiuto per gettare nuova luce sulle cose di tutti i giorni. Il culto del noce era legato al dio Dioniso. Il mito racconta infatti che questi, ospite del re Dione della Laconia, si innamorò di una delle sue tre figlie, Caria. Le sorelle tuttavia cominciarono a denigrare il dio fino a farlo inferocire. Accecato dalla rabbia, Dioniso le fece impazzire e le uccise, e Caria, davanti a tanta efferatezza, si ammalò fino a morire lei stessa di dolore. Dioniso la trasformò allora in un albero di noci e i laconi eressero un tempio con tre statue in legno di noce raffiguranti le tre sorelle: le Cariatidi.

Forse proprio per il suo legame con il dio Dioniso, la Bibbia lo cita come albero escluso dal paradiso terrestre, e nel Vangelo si dice che era fatta di noce la croce su cui morì Gesù Cristo. Non dimentichiamo infine l’affascinante quanto tenebrosa storia del noce di Benevento, attorno al quale i longobardi là stanziati nel corso del VI secolo, mettevano in atto cruenti riti in onore del dio germanico Odino.

L’OLIO DI NOCI, DA CONDIMENTO TRADIZIONALE A PRODOTTO DI NICCHIA

Tornando in tempi più recenti, il noce e il suo derivato più noto, ovvero l’olio di noci, ha rappresentato un’importante fonte di sostentamento e un ottimo sostituto dell’olio di oliva in tutto il territorio pedemontano. Qui, prima della diffusione del burro industriale (che ha abbattuto i costi di produzione), l’olio di noci era considerato il più tradizionale dei condimenti. Con il boom economico e la conseguente diffusione del burro a buon mercato e dell’olio d’oliva anche in territori non mediterranei, il suo consumo è andato lentamente diminuendo e il suo costo si è alzato notevolmente, tanto che alcuni paesi si sono mossi affinché la produzione di questo prezioso alimento tradizionale non vada persa del tutto. La Svizzera, per esempio, ha inserito l’olio di noci nel presidio Slow Food, atto a tutelarne la produzione e la diffusione.

LA RECENTE RISCOPERTA DELL’OLIO DI NOCI

Sebbene l’olio di noci non goda oggigiorno di fama smisurata, una sua timida riscoperta è senz’altro dovuta alla maggiore consapevolezza rispetto al cibo maturata in tempi recentissimi. Oltre ad essere un condimento spesso a minor impatto ambientale se confrontato con burro e olio d’oliva (soprattutto se questo viene comprato lontano dai suoi climi di origine), l’olio di noce è importante fonte di grassi essenziali Omega3, fondamentali nella lotta al colesterolo e all’ipertensione, e ha proprietà antitrombotiche e antiaritmiche. Ottimo alleato della fantasia in cucina, viene tradizionalmente utilizzato per condire insalate e carni, oltre ad essere un ingrediente perfetto nella preparazione di dolci tradizionali.

Nello shop di lagAlpi trovate due tipologie di olio di noci. Quello spremuto a freddo (lo trovate qui), e quello con spremitura tradizionale all’antica, che trovate a questo link

Il Corniolo, quando l’abito non fa il monaco

Per il camminatore contemporaneo il Corniolo è un grazioso alberello diffuso sulle radure delle prealpi. È molto noto per le sue bacche agrodolci, fonte di sostanze antiossidanti e utilizzate per deliziosi liquori. Eppure, il Corniolo è “complice” in uno dei racconti meno allegri della storia occidentale.

L’albero del Corniolo, con le sue bacche agrodolci note per essere preziosa fonte di sostanze  antiossidanti, ha un aspetto allegro: di statura non molto alta, macchia il limitare dei boschi delle  prealpi coi suoi gialli di primavera e i suoi rossi di autunno. Visto così, è difficile immaginare cosa abbia da raccontarci.

Nessuna Iliade senza il Corniolo

Persiani, greci e romani utilizzavano il suo legno, liscio e compatto, per costruire aste di giavellotti, lance e frecce. È un materiale che gli elleni, appostati sotto le mura di Troia nel vago presentimento di dover abbandonare l’impresa, conoscevano molto  bene. E quando la geniale idea di Ulisse si diffuse tra l’accampamento, l’occhio dei soldati cadde subito sulla  distesa di alberi di Corniolo che ricopriva il monte Ida. Nonostante fosse sacro sacro ad Apollo, il legno di quel piccolo albero dalle bacche rosse doveva essere loro, il prima possibile. Per conquistare Troia, i greci dovevano lavorarlo, levigarlo e modellarlo fino a renderlo l’inganno più famoso della storia occidentale. E quando finalmente fu introdotto nelle mura troiane, il cavallo mandava bagliori rossastri che furono di ammonimento unicamente a Cassandra.

Il truce incontro con Enea

Ma il racconto del Corniolo non è ancora finito. Investe anche un altro celebre protagonista: Enea. Quando infatti, anni dopo la sua fuga da Troia, l’eroe approdò in Tracia, si imbatté nel suo legno liscio. Le sue fronde gli servivano per ricoprire un altare, perseguitato ormai dall’ossessione di ottenere il favore degli dèi. Ma non appena strappò il primo ramoscello, una macchia nera di sangue si aprì sul terreno polveroso. Incredulo, continuò a strappare, e dalla terra si alzò un gemito. Era la voce di un suo conterraneo, la voce  di Polidoro. Mandato dal padre Priamo in Tracia durante l’infuriare della battaglia, il re Polimestone tradì la sua innocenza e l’amicizia del padre: lo uccise per ottenere l’oro che aveva portato con sé, negandogli persino una degna sepoltura.  Ma come spesso accade nel mito in presenza di così efferate ingiustizie, la natura se ne fa traccia. Le frecce che colpirono il giovane corpo di Polidoro si trasformarono nei ramoscelli di Corniolo che Enea, ignaro, aveva strappato, e il corpo rimase intrappolato nel mondo dei vivi sotto le allegre vesti dell’albero stesso: l’immagine orribile della  vita umana privata della sua volontà, da cui Dante prese ispirazione per la selva dei suicidi del VII  cerchio dell’Inferno.  

Dai Greci alla contemporaneità, il Corniolo diventa Cornà

Ma per l’ignaro camminatore contemporaneo, a cui i toni imponenti della tragedia greca giungono forse soltanto come echi di reconditi insegnamenti scolastici, il Corniolo resta un grazioso alberello allegramente diffuso sulle radure di latifoglie del territorio prealpino, dove cresce tenacemente e senza bisogno di particolari cure. Lontano dall’immaginario a cui l’avevano destinato i poeti greci e latini, cresce spontaneo anche in Mesolcina, dove la cantina Boldini ne raccoglie le preziose bacche ricche di vitamine per macerarle in grappa e ottenere  l’agrodolce, rossissimo Cornà.

Per assaporare tutta la sua storia, clicca qui.

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