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Il Nocino, e la fama che non ti aspetti

Lo shop di lagAlpi ospita diverse bevande dalla fama importante. Assenzio, Damassine, Genepì, sono tutti ospiti illustri del fervido immaginario alpino, a cui la fantasia certo non manca. Se tuttavia nominare queste bevande richiama immediatamente la storia di cui sono portatrici, l’associazione non è altrettanto immediata quando si parla di Nocino. Eppure, questa storico liquore ha tanto da dirci, bisogna solo saperlo ascoltare…

Il Nocino, proprietà e utilizzi

Il nocino si presenta come un liquore dal colore scuro e dall’aspetto denso. Può essere servito a fine pasto come digestivo e da molti è utilizzato come tonico e come rimedio per i disturbi del fegato. 

A dire il vero, l’utilizzo del mallo di noce come ingrediente per medicinali o liquori risale a tempi antichissimi. E oggi, sono molte le applicazioni che vedono il nocino protagonista di cure per depurare il fegato e antiparassitarie. I tanniti contenuti naturalmente in questo digestivo aiutano infatti a digerire le proteine, uccidere i batteri e i parassiti. 

La leggenda di San Giovanni

È incredibile da credere, ma alla festa di San Giovanni (il 24 giugno), sono legate numerose leggende al limite del sacrilego, e una in particolare – quella che interessa a noi ora – è quella che vede le streghe raccolte attorno a un albero di noci in una misteriosa danza propiziatrice.

In effetti, il Noce è un albero dalla fama non propriamente bonaria. Di lui, tra le altre cose, si dice che sia stata fatta la croce di Gesù, mentre Dioniso, accecato dalla rabbia, scelse proprie le sue fattezze per il triste destino dell’amata Caria (di questa fama, ne abbiamo già parlato in un altro articolo dedicato all’olio di noci, che trovate qui).

Non è un caso quindi che le streghe ne raccolgano i rami per i loro rituali magici, mentre i malli, che nella notte più corta dell’anno sono ancora acerbi, vengono da loro raccolti per garantire vitalità alla pianta.

È da qui che nasce la leggenda che lega il Nocino alla notte di San Giovanni. È proprio durante la notte tra il 23 e il 24 giugno che la donna giudicata più abile nella preparazione del digestivo (o, in altre versione, una vergine) dovrà arrampicarsi sull’albero di noce, scalza, per raccoglierne i frutti ancora acerbi. 

Vi sembra un modo un pochino complicato per produrre un liquore? Se sì, dovete riconoscere che al nostro produttore Manifattura Branchi il coraggio non manca. Il suo Noos, infatti, è prodotto esattamente secondo tradizione, e ad ogni sorso potrete assaporare l’energia mistica della notte più corta dell’anno…

Le origini del nocino e la leggenda dei Picti

Ma da dove arriva il nocino? Lungi da noi voler fare il lavoro degli storici di professione, è comunque affascinante dare per accreditata la storia che racconta dello strano incontro che i soldati di Giulio Cesare fecero in Gallia…

Qui, nel luogo d’origine della leggenda secondo cui il Noce era l’albero delle streghe, i soldati romani si trovarono di fronte inquietanti guerrieri che, per spaventare i nemici, si tingevano il volto con una pasta color marrone-verdastra. Era una tintura ricavata da noci acerbe. Questo strano intruglio di noci, miele e altra frutta fermentata veniva poi bevuto dai temibili galli, che in questo modo prendevano il coraggio necessario per l’infuriare della battaglia.

Ebbene, pare proprio che un simile intruglio sia il lontano antenato del nocino e che questi avversari temibili e spietati ne siano i primi produttori. I romani li chiamarono “Picti”, cioè dipinti, proprio a causa di quei loro volti segnati dal… nocino!

Il Ratafià, per suggellare accordi e patti

Molti di voi conosceranno il nocino anche come Ratafià. In effetti, in molti luoghi, soprattutto nel nord Italia e nella Svizzera Italiana, è questo il nome ufficiale del liquore di noci, mentre il termine nocino è comparso più recentemente. Lo testimoniano anche i materiali raccolti per il Vocabolario dei dialetti della Svizzera italiana (circa 1920), in cui la descrizione di questo liquore di noci si trova solo sotto la voce ratafià, termine che indica diversi liquori ottenuti da frutta, alcool, zucchero e sostanze aromatiche e diffusi nell’area mediterranea.

Ma perché “ratafià”? Era antica tradizione consumare una forte bevanda alcolica per suggellare un patto o un accordo. L’etimologia viene fatta risalire al latino rato fieri usata dagli scrittori ecclesiastici, che significa “esser ratificato”. Da qui rata fiat: “che si ratifichi”.

Da questa affascinante tradizione prende ispirazione in particolare il Ratafià del Ticino del nostro produttore Tamborini, la cui segreta ricetta pare venga direttamente da un certo Padre Gaucher del monastero di Santa Maria dei Frati Cappuccini a Bigorio sopra Tesserete, che da tempo immemorabile produce questo gustoso liquore di noci.

CimaNorma, una favola ticinese che non smette di incantare

Tutto è iniziato accanto a una cascata, la cui acqua, gettandosi dalla montagna, produceva energia. Era l’inizio del XX secolo, e tra Torre e Dangio, in Valle di Blenio, Canton Ticino, sorgeva una fabbrica di birra.

I tempi erano difficili, in Valle di Blenio. La terra poco generosa non dava sufficienti frutti per sopravvivere in modo degno, e molti bleniesi erano costretti a migrare. Tra loro, i fratelli Cima

La fabrique du chocolat Cima

Giunti a Nizza, scoprirono con sorpresa di una nuova moda, il cioccolato. Lo volevano tutti, e ciò che tutti vogliono, spesso, porta buoni frutti. Cominciarono a produrlo e si fecero esperti nell’arte della cioccolateria. Poi, nel 1903, con le tasche piene di soldi, tornarono nella loro terra natale decisi a commerciare il cioccolato Cima.

Così fecero, ma la fortuna non gli sorrise a lungo. Appena 5 anni dopo, nella notte tra il 28 e il 29 agosto, il fiume Soja esondò. La fabbrica venne quasi completamente distrutta.

L’inizio (sfortunato) di CimaNorma

Fu un altro rimpatrio ad aiutarli: Giuseppe Pagani era diventato ricco a Londra come proprietario di un ristorante e aveva buoni rapporti con l’Associazione svizzera dei consumatori, ora conosciuta come Coop. Pagani li conquistò come clienti e comprò Norma, una seconda fabbrica a Zurigo, per soddisfare gli obblighi di consegna. Nasce la fabbrica CimaNorma.

Nel 1915, però, un’altra disgrazia colpì la nascente impresa. CimaNorma fu vittima di un devastante incendio.

Gli anni d’oro di CimaNorma

Ma dopo la discesa, si sa, c’è la risalita, ed è così che, dopo questi eventi sfortunati, ebbe inizio un periodo di fioritura e crescita.

Nel 1920, la CimaNorma dava lavoro a quasi 500 persone nella Valle di Blenio. Negli anni ’50 il villaggio di Dangio-Torre era addirittura più ricco della città di Lugano.

La CimaNorma influenzò profondamente la vita dei suoi lavoratori e dei cittadini della Valle di Blenio attraverso la creazione di un villaggio del cioccolato. Fornì agli operai maschi delle case, alle operaie un ostello, dove le suore insegnavano loro l’economia domestica e le buone maniere, e gli impiegati avevano la loro piccola chiesa.

Il 1968, l’Annus horribilis

Ma poi, di nuovo, la caduta. Nella notte. Perché l’Associazione svizzera dei consumatori mise fine alla collaborazione. Tutto finì in fretta: Nel 1968 la ditta di cioccolato Cima Norma chiuse i battenti e tutti furono licenziati. La Valle di Blenio non si riprese per molto tempo.

Tuttavia, come dice lo stemma della fabbrica: Adversa Coronant; nonostante le avversità, CimaNorma persiste fino ad oggi.

La svolta e il sogno di CimaNorma

Tra il 2001 e il 2009, l’architetto Marino Venturini realizza dei loft all’interno degli spazi della fabbrica. Qualche anno più tardi, timidamente, parte una nuova era, spunta la fondazione “La fabbrica del Cioccolato”, che dà nuova vita all’ex complesso industriale di Torre-Dangio trasformandolo in un laboratorio dinamico che ospita produzioni culturali e artistiche da tutto il mondo. 

Nel 2017 Venturini, diventato nel frattempo proprietario dell’edificio, rilancia il marchio CimaNorma Collection, con un’edizione limitata.

Ma la vera svolta si ha nel 2019, quando l’imprenditore Abouzar Rahmani acquista e rilancia in tutto e per tutto CimaNorma.

L’eredità continua…

Oggi, la vecchia fabbrica ormai diventata un museo, non ospita più la produzione vera e propria del cioccolato, eppure resta il simbolo di un’era di sogno e di grande lavoro che palpita ancora nel cuore di tanti bleniesi.

Nel frattempo, la produzione si è spostata a Rancate, dove la Domani Food SA produce il cioccolato nel suo moderno stabilimento, realizzato dal seme alla tavoletta in Svizzera, con i migliori ingredienti biologici di origine sostenibile. 

In linea con il rispetto e la fiducia nella tradizione tipici di CimaNorma, la Domani Food ha ridato vita al cioccolato della Valle di Blenio guardando alle richieste dei consumatori moderni e promuovendo un approccio equilibrato verso la nutrizione.

Una nuova vita per CimaNorma e un nuovo sogno per il cioccolato made in Ticino…

Aceto di frutta, come usarlo e perché

Con l’arrivo del caldo è difficile trovare un piatto migliore di una bella insalatona con verdure e frutta di stagione. Fresca e nutriente, è allo stesso tempo sana e incontra il gusto di quasi tutti.

Per rendere le vostre insalate ancora più gustose, oggi vogliamo parlarvi dell’aceto di frutta. Ebbene sì, di frutta, perché al contrario di ciò che molti pensano, non esistono solo gli aceti di vino o di mela, bensì una quantità di coloratissimi e saporitissimi aceti che vi sorprenderanno.

In effetti, esistono tanti aceti quante sono le varietà di frutta, e la loro presenza in cucina rende fantasioso e originale ogni piatto. Sì, perché se l’aceto di frutta è un ottimo sposo dell’insalata, si abbina altrettanto volentieri con carni, pesce, addirittura dessert. Ma andiamo con ordine. 

Che cos’è l’aceto di frutta?

Come tutti gli aceti, anche quello di frutta è ottenuto grazie all’azione di batteri Gram-negativi del genere Acetobacter, che, in presenza di aria e acqua, ossidano l’etanolo contenuto nel vino, nel sidro e, appunto, nella frutta, trasformandolo in acido acetico.

Aceto di fragole, di albicocche, di pere, di lampone… il risultato è un liquido acidulo con vaghi richiami del frutto da cui è stato prodotto.

Come usare l’aceto di frutta

Ricchissimi di antiossidanti, gli aceti di frutta aiutano a rafforzare le difese immunitarie e hanno un effetto alcalinizzante e disintossicante, tanto che possono essere utilizzati per depurare l’organismo.

Ottimi per le insalate, per creare deliziose marinature e per condire una macedonia, si prestano anche come aromatizzanti dell’acqua. Una moda che arriva dall’America, infatti, li vede utilizzati nella creazione di bevande gustose e dissetanti. Basta aggiungere un po’ di aceto ad una brocca di acqua ghiacciata per ottenere una bevanda disintossicante, che aiuta la digestione e combatte la stipsi.

Aceto di mela, come usarlo e proprietà

Particolarmente ricco di sali minerali, è il più conosciuto, e non a caso. Possiede infatti una lunga serie di proprietà benefiche, tra cui quella antiossidante e di riequilibrante della flora batterica, ed è un ottimo alleato della linea in quanto aiuta a percepire il senso di sazietà.

Il nostro produttore Moulin de Severy produce un aceto di polpa di mele gustosissimo, ideale per insalate di campagna ma anche per sfumare il pesce dei nostri fiumi. Si sposa bene anche con la cucina agrodolce e vari piatti di mele.

L’aceto di pere Williams, per chi ama l’Oriente

Un ingrediente irrinunciabile per chi ama la cucina orientare è l’aceto di Pere Williams del nostro produttore Moulin de Severy. Esaltando i sapori complessi dei piatti asiatici, dona anche un tocco fruttato alle insalate.

Inoltre, è utile per chi soffre di cistiti in quanto può modificare il pH delle vie urinarie, rendendo più difficile la vita a virus e batteri.

Aceto di lamponi, alleato di carni, pesci… e gambe stanche

Se soffri di problemi alla microcircolazione, l’aceto di lamponi potrebbe essere un ottimo rimedio naturale. Come tutti i frutti rossi, anche il lampone è un ottimo antiossidante, perfetto per prevenire quei fastidiosi problemi come pizzicore, mani e piedi sempre freddi.

In cucina, l’aceto di lamponi è invece ottimo per donare un pizzico di fruttato a un’insalata di mare o una marinata di pesce o carne rossa.

L’Assenzio, tra mito e realtà

La sua fama lo precede. L’assenzio, absinthe in francese e fata verde nel mito, è a ragione una delle bevande alcoliche più celebrate, famose e controverse della storia.

Ma che cos’è, di fatto, l’assenzio? E perché è stato per lungo tempo bandito, accusato di provocare effetti collaterali disastrosi, al pari di una droga pesante? Scopriamolo insieme.

L’Artemisia absinthum, regina delle erbe officinali

La pianta da cui si ricava questa leggendaria bevanda si chiama Artemisia absinthium. È largamente utilizzata in erboristeria per le sue mille proprietà, tra cui quelle toniche, antisettiche e vermifughe. Si tratta di un arbusto caratterizzato da un colore verde-argentato molto suggestivo, largamente diffuso nelle zone alpine.

Dalla stessa pianta si ricavano anche molti Vermouth, tra cui il diffusissimo Martini e il Cinzano, i quali però, curiosamente, non furono colpiti dallo stesso bando di cui fu vittima l’Assenzio. Ma questa è un’altra storia che racconteremo tra poco…

In ogni caso, dire che l’Assenzio si ricava dall’Artemisia absinthum è corretto ma incompleto. Questa leggendaria bevanda è infatti ottenuta dalla distillazione di diverse erbe officinali tra cui Anice verde, Finocchio, Melissa, Coriandolo, Issopo. Ma non solo. Nel nostro shop abbiamo molte tipologie di Assenzio, frutto della creatività di produttori come Larusée che da sempre ricerca eleganza aromatica ed eccellenza gustativa non ponendo limite alla sperimentazione dell’Artemisia absinthium.

Qui, potete trovare la loro selezione di Assenzi, eccezionali e non certo convenzionali, tra cui il Blanche de Léon, arricchito dalla Stella Alpina coltivata in forma biologica sulle montagne Svizzere, o Les Précieuses Speyside 2019, che alla base del Blanche de Léon aggiunge il miglior Whisky Single Malt del Speyside. Insomma, un viaggio affascinante nella bilanciata miscela di sapori che solo mani esperte come quelle di Larusée sanno creare, forti della tradizione svizzero francese che vede Neuchâtel una delle roccaforti indiscusse dell’Assenzio.

Couvet, patria natale dell’Assenzio

A partire dalla prima metà del Diciannovesimo secolo, una bevanda alcolica con il nome di Absinthe comincia a spopolare in mezza Europa, soprattutto Svizzera e Francia, ma anche Inghilterra, Germania, Italia, Austria.

Ma da dove arrivava? Chi ne fu l’inventore? Sebbene non ci siano notizie certe riguardo la sua ideazione, la leggenda vuole che sia stata inventata dal medico francese Pierre Ordinaire che, allora residente a Couvet – nella Svizzera francese – attorno al 1792 lo presenta al pubblico come medicinale adatto a curare innumerevoli malattie: una sorta di tonico dalla proprietà miracolose.

Sempre a Couvet vivono le sorelle Henriod le quali, fiutato l’enorme potenziale di questo tonico, cominciano a commercializzarlo ottenendo la ricetta da Pierre Ordinaire e aprendo, di lì a poco, la prima distilleria ufficiale. Ed è qui che ha inizio quella leggenda chiamata Assenzio che diventerà uno dei simboli più emblematici della Belle Epoque.

Pare insomma che il piccolo paese della Svizzera Francese sia a buon titolo la vera patria natale dell’Assenzio, e non è un caso che, ancora oggi, tra la popolazione di Couvet ci si tramandi segretamente ricette appartenute un tempo ai distillatori clandestini, che gli eredi conservano gelosamente e, a volte, ne fanno una vera e propria impresa.

È il caso del nostro produttore Absintissimo, custode di ricette antichissime il cui mistico sapore è trasmesso al pubblico grazie agli imparagonabili Assenzi di sua produzione, tra cui il mitico La Fée Verte e La Covassonne.

L’ora parigina e i motivi del bando

Da Couvet, l’Assenzio giunge presto nei bar, cabaret, bistro, caffè di mezza Europa, spopolando soprattutto in Francia, dove diventa così famoso da dare il nome all’orario dell’aperitivo, verso le 17, denominato ormai l’heure verte

Dotato di quel caratteristico colore verde/giallognolo, che collabora a donargli fascino misterioso, e caratterizzato pure da molte proprietà curative, in poco tempo si circonda di una schiera di fedelissimi e celeberrimi consumatori, che lo battezzano Fée Verte, Fata Verde. A lei è attribuito parte del merito di colpi di genio e intuizioni di alcuni tra gli artisti più importanti del Novecento tra cui Picasso, Degas, Baudelaire, Oscar Wilde e Paul Gauguin.

Ma perché l’assenzio era ritenuto così pericoloso da decretarne il bando? In realtà, parte della responsabilità del bando è attribuibile soprattutto al disagio sociale e umano vissuto in quell’epoca, a cui molti artisti cercarono di far fronte trovando approdo nella Fata Verde. A differenza di ciò che intuitivamente richiama la denominazione Belle Epoque, la prima metà del Novecento fu un’epoca di forte crisi, enfatizzata alla recente rivoluzione industriale, e che non a caso sfocerà nella Prima Guerra Mondiale. 

Artisti famosi e meno famosi, tacciati spesso di essere perditempo polemici, si riversavano nei caffè trovando sfogo e ispirazione nell’Assenzio, che di lì a poco divenne motivo di scontento anche da parte delle lobby del vino, già messe in ginocchio dall’epidemia di filoxera. Oltre a ciò, la larga diffusione, soprattutto tra le fasce di popolazione povera, di prodotti di pessima qualità, che imitavano soltanto da lontano il vero Assenzio e che utilizzavano ingredienti nocivi a basso costo, enfatizzò ancor di più l’impressione che l’Assenzio rappresentasse una bevanda maledetta, capace di stregarne i consumatori.

In realtà, a parte l’alcol – la cui nocività, sebbene non sia messa in discussione, è da mettere in prospettiva e comunque in comune con tutte le altre bevande alcoliche – l’Assenzio non è più pericoloso di qualsiasi altra bevanda alcolica, e anzi, se fatto a regola d’arte e consumato nelle giuste quantità, ha molte proprietà benefiche.

Come riconoscere e gustare un buon Assenzio

Come abbiamo visto, la scelta di un buon Assenzio è importante non solo dal punto di vista gustativo, ma anche per la salute. Abbiate quindi sempre cura di scegliere tra produttori che sanno fare il loro mestiere a regola d’arte, in quanto sul mercato spopolano ancora moltissimi assenzi che non hanno nulla a che vedere con le ricette originali, e che sono piuttosto un intruglio di coloranti e aromi artificiali davvero poco raccomandabili. 

Un primo utile consiglio è di fare attenzione all’etichetta. Se ci sono coloranti, allora non è vero Assenzio. Del resto, se il colore verde è eccessivamente brillante e acceso, sarà molto facile che non si tratta di vero Assenzio, caratterizzato da un colore più tenue, che va dal verde al marroncino, ma può essere anche incolore o tendente al giallo.

Quando lo degustate, assaporatelo lentamente e attentamente. Un buon Assenzio è complesso e profondo, ricco di aroma. Se invece sentite solo l’aroma di Anice stellato, che prevale su tutto il resto, allora il vostro è un Assenzio di pessima qualità. L’Anice stellato è infatti ingrediente molto utilizzato nella produzione di assenzio industriale a basso costo.

Infine, sfatiamo un mito. L’usanza di bruciarvi lo zucchero è un’invenzione di alcuni nightclub cechi nei primi anni 2000, che non ha nulla a che vedere con la tradizione reale dell’Assenzio e che non apporta nulla in termini di aroma. Perciò, se avete un buon Assenzio sotto mano, evitate! 

Genepì, il liquore che “farebbe digerire una bomba”

Parola di De Amicis, che nel 1883 ne scrisse nel suo “Alle porte di Italia”. Il Genepì in effetti ha una fama smisurata, ed è noto fin dall’antichità per le sue numerosissime proprietà, da quella antinfiammatoria a quella… afrodisiaca

Ci sono poche piante dalla fama tanto ingombrante. A quella del genepì, che prende il nome da un termine francese generico per indicare le erbe aromatiche di montagna, sono state attribuite una miriade di proprietà. La più nota è quella digestiva, tanto che De Amicis, dopo aver provato il liquore, scrisse nel suo Alle porte di Italia, che “farebbe digerire una bomba lessa”. Ma anche antinfiammatorie, rilassanti, gastroprotettive, cicatrizzanti e disinfettanti. Ma scopriamo più da vicino questa erba miracolosa, da cui è prodotto uno dei liquori più celeberrimi dell’arco alpino.

Origini e parentele

Sebbene ci sia un po’ di confusione per quanto riguarda la nomenclatura della variante utile per produrre il liquore, la più accreditata è l’Artemisia genepi. Si tratta del genepì “maschio”, che si distingue dalle altre tipologie per il suo indubbio aroma, assai più pronunciato, e per la disposizione dei capolini fiorati, che assumono il tipico aspetto di spiga compatta, grigio-gialla. Tale varietà possiede la più alta concentrazione di principi attivi, che esplicano nell’uomo una potente azione neurotonica sulle vie digestive. 

Per alcuni, il nome è dato dal termine greco artémes, ovvero sano, grazie alle numerose proprietà medicinali possedute da questa pianta; mentre per altri deriva dalla dea Artemide, divinità greca protettrice degli animali selvatici e della foresta. Le virtù benefiche di questa pianta, infatti, non sono utili solo per agli esseri umani. I camosci, ad esempio, conoscono molto bene il Genepì, e lo brucano al fine di guarire da numerosi malanni.

In tutti i casi, in pochi colgono l’assonanza con un’altra celeberrima erba alpina: l’assenzio, o anche Artemisia absinthium, appartenente anch’esso al genere Artemisia, e non è un caso che sia altrettanto famoso per le sue mille virtù.

La pianta genepì, specie protetta

A causa della sua fama, a partire soprattutto dal XVIII secolo l’erba di genepì è stata largamente utilizzata per creare decotti, liquori, infusi, unguenti e chi più ne ha, più ne metta. Sebbene i preparati servivano a curare numerosi malanni, tale pratica ha causato il depauperamento della specie, che ha rischiato l’estinzione arrivando a convincere le autorità a dichiararla specie protetta.

Il Genepì cresce infatti in condizioni incredibili, spuntando tra vette rocciose che arrivano fino a 3.000 metri, nei macereti, sui terreni morenici, ai piedi dei ghiacciai, sfidando il gelo nella sua caparbia resistenza all’inverno in quanto specie perenne. 

Oggi, il Genepì utilizzato per il liquore deriva quindi da coltivazioni sparse lungo tutto l’arco alpino, collocate per lo più a quote più basse (1900-2000 m s.l.m.) rispetto all’habitat dove esso cresce spontaneamente (2.200-3.000 m s.l.m.).

Le mille leggende del Genepì

Un vecchio detto vallesano recita che il Genepì “fait du bien à madame quand monsieur le boit”. Sebbene non ci siano studi scientifici a riguardo, le sue proprietà energizzanti e tonificanti sono percepibili ad ogni sorso. 

Oltre dunque al suo potere digestivo, il Genepì è stato creduto responsabile, nei secoli, degli effetti più disparati. Un attonito Rousseau, ad esempio, nel suo Les confessions, descrive la morte del povero giardiniere Claude Anet, il quale, raffredatosi dopo essersi inerpicato lungo i pendii alpini proprio per raccogliere la rara pianta, contrasse una pleurite letale che neppure il genepì potè curare.

Più scientifiche le osservazioni del botanico torinese Carlo Allioni che, nel suo Rariorum Pedemontii Stirpium del 1755, così decantava le sue virtù: “assenzio alpino, chiamato dalle genti alpine col termine di Genepi, serve a molti morbi e, promuovendo la sudorazione, i nostri medici lo usano con successo in tutti quelli che necessitano di un’esalazione sudorifera“.

Meglio freddo come aperitivo, liscio come digestivo, o caldo?

Ma quindi, come bere il leggendario Genepì? I suoi usi sono davvero variegati. Si può infatti prenderlo liscio, come tonico e digestivo, on the rocks o con seltz per gustarlo appieno e dissetarsi, oppure caldo, preparato come grog, per un effetto energetico e corroborante.

Ma anche come cocktail non manca di stupire. Prediletto nei pre dinner e negli after dinner, il Genepì si presta come aromatizzante d’eccezione per i long drink. 

Infine, non dimentichiamoci del suo utilizzo in cucina, per la preparazione di primi piatti saporiti e fantastici dolci.

A proposito, se vorrete avere qualche ricetta puntuale, non dimenticate di seguire il nostro blog: presto ne arriveranno!

Il genepì nella proposta dei nostri produttori

Se l’articolo vi ha stuzzicato la curiosità e non vedete l’ora di provare qualche preparato a base di Genepì, abbiamo una buona notizia: nel nostro shop potrete trovare due prodotti d’eccezione, ottimi per assaporare appieno la famosa erba alpina.

Il primo è il classico e famigerato liquore Genepì dell’azienda Rostal. Si tratta di un prodotto di prima qualità a base dell’omonima erba coltivata in forma biologica, di cui un piccolo stelo è presente, come grazioso ornamento ma soprattutto come aromatizzante, nella bottiglia stessa.

La pianta di genepì è poco produttiva e tutt’oggi non esistono varietà in grado di garantire un rendimento costante. Tutto ciò non ha scoraggiato Gaston Haenni (il fondatore dell’azienda e padre dell’attuale proprietario Fabrice) che si è buttato in questa avventura diventando in parte responsabile della recente riscoperta di questo mitico liquore anche nelle nuove generazioni. Una scelta vincente, che gli è valsa anche il prestigioso premio Prix d’innovation agricole suisse.

Altro prodotto molto interessante e particolare è il Gin Genepi dell’azienda vallesana o2Vie. Si tratta di un Gin dal sapore caratteristico e deciso, in cui tutti gli ingredienti ed in particolare il leggendario genepì delle Alpi si fondono dando un carattere sottile ed equilibrato.  Distillato in alambicco tradizionale, il tasso alcolico è portato a 45 gradi cosi da valorizzare al meglio tutto il suo aroma.

Come viaggiare attraverso i sapori

In un momento in cui viaggiare sembra solo un lontano (e bellissimo) ricordo, il modo più veloce per andare a spasso nel mondo è mangiare. Ecco qualche idea su come fare un viaggio attraverso il gusto. 

Guardare le foto delle vacanze e sognare la prossima: che dolore!

Purtroppo la pandemia di Covid ha reso momentaneamente impossibile viaggiare ed esplorare nuovi posti e culture. Ma la soluzione c’è! 

Il modo più veloce per conoscere la tradizione di un luogo è il cibo e, nonostante sia ancora difficile organizzare una bella gita fuori porta, possiamo sempre portare le Alpi in casa attraverso sapori e profumi della montagna. Ecco qualche idea per il giro delle Alpi da fare rigorosamente seduti a tavola!

Sguazet- Alpe Magna

Un piatto tipico trentino le cui origini risalgono agli inizi del ‘900. Le frattaglie di vitello vengono rosolate col vino bianco e amalgamate con brodo e farina di riso abbrustolita.

Da servire con della polenta per avere l’impressione di essere in un vero rifugio di montagna. Il sapore è così autentico che non sarà difficile immaginarlo!

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Miele di Bosco- Mieli Thun

Un profumo deciso e penetrante, sentori di albicocche, fico, vin santo, spezie nere e tanto altro. Un po’ di magia dai boschi a questo vasetto di miele, per rimettervi in contatto con la natura e sognare la prossima passeggiata nei luoghi delle fiabe. 

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Brandy di Cama L’Originale- Boldini Vini

Un brandy speciale come la cantina in cui invecchia: viene infatti immerso nelle profondità del Lagh de Sambroc, e fatto invecchiare lì. Un distillato di vino dall’incredibile legame con il territorio.

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Marrons Glacés alla Grappa Ticinese della Valle Maggia- Giglia

Una fiaba di montagna: dal 1921 l’azienda Giglia ripropone le antiche ricette del suo fondatore che, coraggiosamente, dedicava ai marron glacés tutto il suo tempo libero mentre lavorava in gelateria. Ma la qualità artigianale ed il suo impegno sono stati premiati ed ancora oggi questi prodotti sono realizzati a mano con dedizione e hanno un pubblico di affezionati in tutta Europa.

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Damassine, la mitica “acqua infuocata” del Canton Jura

Prodotto a partire dal damasson rouge, una piccola prugna rossa scoperta in Oriente, il Damassine DOP è un distillato tipico del Canton Jura realizzato secondo rigorosissimi standard di qualità. Ma oltre all’etichetta, il Damassine è impreziosito dalla misteriosa leggenda che narra del suo arrivo in Europa.

Immaginate una piccola prugna rossa scoperta in Oriente durante la seconda crociata e portata in Europa per i suoi inebrianti profumi e il suo sapore sfaccettato. Qui, sotto un nome che rievoca le sue origini esotiche, immaginate che dia vita a un prezioso distillato le cui tracce compaiono misteriosamente in alcuni documenti storici, anche laddove l’alcol e i suoi derivati dovevano essere appannaggio di medici e farmacisti. 

State ricostruendo la storia del damasson rouge, il piccolo frutto da cui si ricava il mitico Damassine DOPspecialità jurassiana le cui origini sono evocative almeno quanto il suo sapore. 

Il fascino del fleur d’Ajoie, impossibile resistervi

Nonostante le prime attestazioni storiche nel Jura risalgano a non prima del 1860, lo storico Bernard Vauthier, nel suo Le patrimoine fruitier de Suisse romande, ci parla di una misteriosa “prugna rossa” intercettata a Court nel 1655 e, già due secoli prima, ci racconta di un luogo, tal Hotel Comtal di Neuchâtel, dove si faceva scorta di “acqua infuocata”. Se considerati alla luce del fatto che l’unico Prugno fino ad allora noto in Europa era il Susino, con frutti di colore blu, sono indizi questi che fanno supporre che la presenza e la lavorazione del fleur d’Ajoie su territorio jurassiano fosse di molto antecedente il 1860, in un periodo storico – e qui risiede tutto il mistero e il fascino di questa leggenda – ancora molto lontano dal boom commerciale che conobbero le bevande alcoliche durante il XVII secolo. Sembrerebbe, in altre parole, che nemmeno una società più o meno astemia come quella dell’Europa seicentesca riuscisse a resistere all’inebriante piacere del Damassine.

Produzione e controllo rigorosi per il Damassine DOP

Il Damassine è una bevanda mitica, entrata a far parte del patrimonio culinario svizzero grazie alla tradizione che ne investe tutto il processo produttivo. In effetti, i requisiti per ottenere la classificazione DOP sono molteplici e rigorosi. La raccolta prevede che da luglio a settembre si colgano i frutti maturi caduti a terra esclusivamente a mano, vietando rigorosamente lo scuotimento degli alberi. Sono necessarie oltre cento piante per ottenere un chilo di frutta, e circa novecento per poter distillare il giorno di San Martino un litro di acquavite di Damassine. Al fine di non comprometterne la pienezza di sapore e la salubrità, il damasson rouge deve essere messo in botte ad una distanza di massimo un giorno dalla sua raccolta. La distillazione, inoltre, deve avvenire non più tardi del 31 dicembre dell’anno di raccolta, e il Damassine DOP deve invecchiare almeno sei mesi, venendo introdotto sul mercato non prima del giorno di San Martino.

Una vera chicca da portare in tavola assieme alla sua storia e il suo mito. Per sorprendere i tuoi ospiti con la sua mitica presenza, clicca qui.

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